Massa-Carrara


Segnata da un territorio eterogeneo, tra le catene montuose delle Apuane, la valle del Magra ed il lungo litorale, nel corso del XX secolo la provincia di Massa-Carrara ha conosciuto profonde mutazioni strutturali. Tra il 1938 e il 1946 prese il nome di Apuania, riflesso della fusione in un unico comune di Massa, Carrara e Montignoso. Al momento dell’Unità d’Italia la zona costituiva un centro minerario ed industriale in rapida espansione, nonostante la chiusura nel 1870 della Manifattura Tabacchi (che contava 247 addetti): erano 3.770 le unità impegnate nell’escavazione del marmo, destinate a salire a 6.250 nel 1876 e a quota 14.716 nel 1913. La crescita dei livelli occupazionali corrispose ad un incremento della produzione e della lavorazione del cosiddetto “oro bianco”, segnando una costante solo sporadicamente intervallata da battute d’arresto come la crisi commerciale e di sovrapproduzione del 1893-1894.

Proveniente dalle campagne della Lunigiana e del circondario, la manodopera attiva nelle centinaia di cave e nelle decine di segherie e laboratori che animavano le realtà ai piedi delle Alpi maturò un’indole conflittuale (celebre la vicenda dei moti della Lunigiana del gennaio 1894) di matrice anarchica e socialista. Ciò si tradusse nella proliferazione di un importante numero di leghe operaie: gli scioperi e le manifestazioni per i miglioramenti salariali che si registrarono nel primo ventennio del Novecento ne furono emblematica testimonianza, corrispondendo ad un aumento progressivo dei tesserati alla locale Camera del Lavoro.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale assestò un duro colpo all’economia locale, costretta a fronteggiare il calo di commissioni dovuto alla chiusura del mercato europeo. Il commercio e la produzione dei marmi subirono una brusca flessione (dalle 426.667 tonnellate del 1913 alle 357.227 del 1914), acuitasi negli anni successivi fino alle 70.000 tonnellate del 1918: in questo quadro numerosi laboratori, cave e segherie interruppero la loro attività, disponendo il licenziamento dei dipendenti. Con la crisi del settore marmifero, di conseguenza, ben pochi lavoratori rimasero attivi nei centri apuani; quelli che non erano stati chiamati alle armi vennero arruolati dalle autorità tutorie ed inviati a svolgere lavori di manovalanza in altre regioni d’Italia (ma anche in Francia), per un “esodo” che coinvolse circa 15.000 maestranze.

La fine della guerra generò una situazione critica, sia sul piano della disoccupazione che delle tensioni connesse al carovita. Ma fu nel corso degli anni Venti che la politica deflazionistica adottata dal regime fascista rischiò di affossare l’industria provinciale: la concentrazione delle maggiori imprese e la stabilizzazione della lira anticiparono la grande crisi mondiale del 1929 e indebolirono infatti l’industria marmifera, il cui rilancio – nel decennio successivo – venne convogliato dal ministro delle Corporazioni Renato Ricci verso la promozione di una Zona Industriale Apuana, che incluse nel relativo consorzio (Consorzio Zona Industriale Apuana) anche i comuni della vicina Versilia. Alla metà degli anni Trenta – d’altronde – il livello di disoccupazione provinciale si avvicinava alle 10.000 unità, con soli 5.507 occupati nel settore marmifero: persino la Filanda di Forno, opificio tessile costituito tra il 1880 e il 1890 come stabilimento del Cotonificio Ligure e destinato a chiudere definitivamente i battenti nel 1970, era passata dalle 544 unità (a maggioranza femminile) del 1893 alle 250 del 1925.

Il comprensorio industriale fu istituito con Rdl 24/7/1938 n. 1266 (convertito in legge 5 gennaio 1939, n. 343), modificato e integrato dal Rdl 2/2/1939 n. 112 e dalla legge 23/3/1940 n. 231: al suo interno collocarono i loro stabilimenti 69 società industriali, tra cui la S.A. Magneti Marelli, la Iniex, il Catenificio Bassoli, la Padovani&Co., la S.A. Cesare Rolfo, la S.A. Montecatini Cianamide (i cui polverifici SGEM assorbirono tra il 1934 e il 1943 migliaia di lavoratori, per buona parte figli di coltivatori diretti), il Maglificio di Apuania, l’Imca, le Cementerie Apuane S.A., la Fibronit, la Manifatture Calze e Affini e la Società Apuana Vetro neutro e derivati.

Nonostante la spinta occupazionale conferita dall’operazione, all’indomani della Liberazione la provincia faticò non poco a ritornare sui livelli  prebellici: all’interno della Z.I.A. gli addetti erano passati dai 7.902 del 1943 ai 3.100 del 1947, pur risalendo a 4.000 nel corso dell’anno successivo. Risultavano invece 1.738 gli operai impiegati nell’industria marmifera (con 116 impiegati), a fronte dei 2.706 del 1938 (140 impiegati). Alla gravosa ripresa di attività strettamente legate alle esigenze produttive della zona (come la Rolfo, la Fabbrica Calce, la Marni, la Cima e la Frugoli) corrispose però la graduale risalita del comparto chimico: nel 1946 la Montecatini Azoto contava 360 dipendenti, mentre erano circa 400 quelli che popolavano i reparti della Montecatini Calciocianamide, 150 quelli della S.A. Cokapuania e 300 quelli della Rumianca (la cui produzione si basava su anidride arseniosa e solfati). Più complessa si configurava infine la situazione delle imprese metallurgiche e meccaniche: lo stabilimento Pignone, che prima della guerra occupava 600 maestranze, scontò  pesantemente i danni subiti durante il conflitto; allo stesso modo le Officine Riv, la Breda, la Magneti Marelli e la Iniex fronteggiarono una difficoltosa riconversione produttiva.

Una lunga mediazione governativa, coadiuvata dalla locale Camera di Commercio, garantì un progressivo rilancio della zona attraverso il ripristino delle agevolazioni fiscali e del trattamento di favore in materia di trasporti ferroviari. Come ricostruito da Marco Cini (La ricostruzione della Zona Industriale di Massa-Carrara nel secondo dopoguerra, 2012), al 31 dicembre 1950 erano tornati in attività 35 impianti, a cui se ne aggiungevano 5 in corso di costruzione – Indusgas (gas liquido per industrie), Corderia Livornese (corde di canapa), Prodotti Industria Legno (lavorazione legnami), Rinaldi A. (forni elettrici), Ricci Mario e Michele (tessitura e filatura). Per quanto la disoccupazione continuasse a stazionare su livelli elevati tra il 1951 e il 1952 l’occupazione industriale raggiunse le 18.486 unità, di cui 5.288 all’interno della sola Zona Industriale Apuana. Ad essere aumentato era anche il reddito pro-capite, evidenziando termini di crescita che non erano sfuggiti neppure ad un visitatore attento come Guido Piovene: «una zona industriale fu creata nell’anteguerra» – riportava nel suo Viaggio in Italia – «ed ebbe 44 stabilimenti con circa 8.000 operai; provata duramente dagli eventi bellici, ora sta risorgendo». Aggiungeva poi: «la principale industria rimangono sempre i marmi. Sono salito sulle Apuane, prima in macchina, poi nella piccola teleferica, quasi un cesto appeso nel vuoto. […] Assisto al lavoro dei lizzatori, che fanno scivolare a valle sulle piste i blocchi squadrati; lavoro faticoso e pericoloso, per il rischio di essere travolti. […] Le squadre dei lizzatori al lavoro, in lotta col blocco che scende, parlano per lo più cantando; apprezzamenti e incitamenti sono portati in cantilene, o meglio in una specie di canto di chiesa».

La composizione del reddito provinciale trovava una netta prevalenza nell’industria (44,2%), alla quale si sommavano il 14,4% garantito dall’agricoltura e il 41,4% derivante dal terziario e dalla Pubblica Amministrazione. Fattori che indussero una crescita destinata a protrarsi lungo l’intero corso degli anni Sessanta, malgrado la scadenza delle esenzioni fiscali e delle agevolazioni tariffarie e doganali. Ciononostante, le deboli fondamenta della Z.I.A. finirono per essere gradualmente fiaccate dal ripensamento complessivo delle politiche di incentivazione delle aree economicamente depresse, in particolare dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e dal superamento di un modello di sviluppo incentrato su una molteplicità non sempre coerente – di norme tributarie eccezionali. Il modello di sviluppo fascista aveva infatti lasciato in eredità un «mini-sistema locale» i cui centri decisionali –  negli anni Settanta –  continuavano a restare lontani da Massa-Carrara. Come per la Bassa val di Cecina, Piombino e il Grossetano, inoltre, l’area mantenne caratteri ben distinti dall’industrializzazione diffusa e dalla dilatazione della campagna urbanizzata proprie delle sviluppo regionale: a pesare erano la lavorazione di prodotti difficilmente rinnovabili e una sostanziale difficoltà nel promuovere iniziative in grado di consolidare l’interconnessione del tessuto produttivo tra piccole e grandi imprese (molte aziende erano distanti sia dai centri di approvvigionamento delle materie prime, sia dai mercati di sbocco), anche a fronte dell’espansione dell’industria marmifera al di fuori del tradizionale comprensorio apuano.

Certo, nel numero di impianti produttivi era stato possibile registrare una crescita che aveva toccato in modo particolare il settore lapideo e la lavorazione del granito importato. Ma ad essa non era corrisposta un’impennata occupazionale altrettanto incisiva, nonostante il totale dei dipendenti del settore industriale avesse superato per la prima volta quello dell’anteguerra: dai 7.092 addetti del 1939 la Zona Industriale Apuana era passata agli 8.054 del 1970, distribuiti sui 129 stabilimenti che la componevano. Cifre positive, eppure esigue se rapportate alle parabole di accrescimento nazionale e regionale maturate nel decennio.

Collocate sullo sfondo del declino dell’industrializzazione piemontese e lombarda, le peculiarità provinciali costituirono un’anticipazione del rallentamento di quella toscana e contribuirono ad esacerbare gli effetti della crisi che nel corso degli anni Ottanta affievolì l’assetto della Z.I.A. e della sua forza lavoro. L’agonia delle partecipate statali e i limiti di una polarizzazione che nel 1979 concentrava quasi due terzi delle 9.797 maestranze nel 6% degli impianti (su 239) spinsero l’intera provincia nelle aree Obiettivo 2 dei Fondi strutturali dell’Unione Europea, stanziati allo scopo di coadiuvare processi di riconversione socioeconomica nelle zone segnate da difficoltà economico-produttive. Furono soprattutto i crolli del chimico, del metalmeccanico e del siderurgico ad implementare – nella mancanza di economie di scala – quel «marcato processo di deindustrializzazione» che Antonio Bernieri proiettava verso un «livello occupazionale sempre più basso»: tra il 1980 e il 1991 chiusero i loro battenti apuani realtà come la Farmoplant-Montedison (1991), la Dalmine (nel 1990, dopo essere passata da 1.600 lavoratori nel 1978 a 1.200 nel 1986), l’Italiana Coke (1989), la Fibronit, la Enichem (1984) e la Olivetti, assestando un durissimo colpo alla catena del valore dei settori strategici e all’eventualità di svilupparvi attorno un’industria diffusa integrata.

La risposta istituzionale e imprenditoriale portò all’avvio di un processo di riconversione che, per quanto rapido, non consegnò effetti immediati. Rispetto alla media regionale la ristrutturazione indusse un calo dei tassi di attività (in primo luogo nella valle del Magra e nella fascia costiera), generando una riduzione decennale (1979-1989) di circa 3.000 occupati. Malgrado la crescita del terziario e la proliferazione della piccola e media impresa (nel 1989 erano attivi 333 stabilimenti in più rispetto alla metà degli anni Settanta), ciò fu particolarmente evidente in relazione agli effetti strutturali della disoccupazione giovanile:  dal censimento Istat del 1991 il tasso di quest’ultima risultava regionalmente inferiore solo a quello della provincia di Livorno (35,3%, contro il 36,6% labronico), con una percentuale di abbandono della scuola dell’obbligo (15-42 anni) dell’11,5% ed un indice di conseguimento del diploma di scuola media superiore (19-34 anni) del 42,3%. Fondamentalmente alto restava anche il numero di ragazze tra i 20 e i 24 anni in cerca di prima occupazione, nelle pieghe di un quadro provinciale che vedeva occupato il 32,7% dei residenti, disoccupato il 2,5% e inattivo il 61,2% (25,2% di scolari e studenti, 33,5% di casalinghe, 26,2% di ritirati dal lavoro e un 15,1% di altro).

La flessione assorbì nel suo perimetro settori tradizionali quali quello dell’arte funeraria e della scultura ornamentale, mentre l’artigianato moderno iniziò a spostare progressivamente il suo baricentro verso Pietrasanta e la Versilia. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, tuttavia, la stabilizzazione del sistema attorno alla piccola-media impresa (a forte trazione manifatturiera, in linea con la struttura regionale) e la crescita dei servizi sembrarono aprire nei risvolti della deindustrializzazione una flebile ma graduale inversione di tendenza.

Ciò poteva essere dedotto dalla comparazione dei dati sulla popolazione residente attiva tra il 1981 e il 1991, passata da 169.684 a 176.342 unità. A fronte di un continuo spopolamento dell’area (da 203.530 a 200.312 abitanti nell’arco del decennio), di un significativo invecchiamento della cittadinanza (gli over 65 erano saliti da 33.855 a 38.710; gli over 75 da 12.921 a 17.291) e di un basso tasso d’immigrazione, dai 67.426 lavoratori – indipendenti e dipendenti – di inizio anni Ottanta (di cui 18.714 donne) la provincia raggiunse nell’arco decennale quota 70.484 (23.002 donne). Gli impiegati nel settore agricoltura e caccia scesero da 2.637 a 1.572, così come le maestranze impegnate nell’estrazione del carbon fossile, della lignite e della torba (da 101 a 27), nel tessile (da 464 a 135), nella produzione di metalli e leghe (da 1.966 a 588), nella fabbricazione di prodotti chimici, fibre sintetiche e artificiali (da 1.303 a 612), nell’istruzione (da 5.251 a 4.907), nella produzioni in metallo (da 1.910 a 1.615), nei trasporti terrestri (da 2.394 a 2.121) e nell’installazione di macchinari e apparecchi meccanici (da 2.302 a 2.068). Una qual certa stabilità era invece riscontrabile in altri settori strategici, indicando nell’esiguità delle oscillazioni le traiettorie della riconversione promosse dalla Camera di Commercio: se l’attività estrattiva – complici le nuove tecnologie – scese dai 1.420 lavoratori del 1981 ai 1.209 del 1991, la lavorazione e la produzione mineraria dei non metalli si assestò su quantitativi pressoché identici (da 4.653 a 4.672); nondimeno avvenne per la fabbricazione dei mobili (da 1.017 a 969), dei mezzi di trasporto (da 1.389 a 1.488) e per una delle voci più importanti nel panorama occupazionale apuano, quella delle costruzioni (da 6.869 a 6.706).

Nel passaggio da una società industriale ad una società dei servizi, indicatori positivi arrivavano comunque dall’industria turistica e dal terziario: il commercio di autoveicoli e motocicli era salito da 1.839 a 2.135 unità, quello al dettaglio e delle riparazioni da 7.015 a 8.337; parimenti il settore alberghiero crebbe da 2.462 addetti a 3.351, quello delle poste e delle telecomunicazioni da 1.005 a 1.186, il campo della pubblica amministrazione (che attraverso la mediazione sindacale e regionale aveva assorbito non pochi impiegati in esubero dalle fabbriche) e delle assicurazioni da 4.618 a 6.805, analogamente ai servizi domestici (da 475 a 588) e agli altri servizi (da 968 e 1.168). Restavano infine le attività professionali e imprenditoriali, che dalle 1.163 unità toccarono quota 3.169: in tal senso venivano a giocare un ruolo centrale tanto la crescita del lapideo (grazie alla costituzione di una cooperativa consortile con oltre 250 dipendenti nell’area ex Farmoplant) quanto quella dell’artigianato (con 4.600 imprese in tutta la provincia e circa 17.000 occupati), oltre al lancio di colture specializzate, alla lavorazione artistica del marmo e ad un potenziamento della realtà portuale capace di intersecare lo sviluppo della cantieristica (di rilievo la nascita dei Nuovi Cantieri Apuania) e di una piccola-media imprenditorialità altamente specializzata nei campi della meccanica e dell’elettronica.

Tale proliferazione fu agevolata dalla bonifica dell’area ex Farmoplant, resa necessaria dall’incidente che il 18 luglio 1988 – dopo che il referendum ambientale dell’ottobre 1987 aveva spinto i cittadini ad optare per lo smantellamento dell’impianto – sancì la fine di una «convivenza» tra fabbrica e città che negli anni successivi Maurizio Munda avrebbe definito «impossibile». Le operazioni – certificate dalla regione Toscana, che con la legge n. 29 del 12 maggio 1993 (Criteri di utilizzo di aree inquinate soggette a bonifica) si era già dotata di una propria normativa in materia – ebbero inizio nel 1991 e terminarono nel 1995: a condurle fu la Cersam (subentrata alla Farmoplant), la cui opera in proprio non riuscì però a risolvere il problema alla radice. Nel dicembre 1999 il decreto varato dal ministero dell’Ambiente definì infatti un nuovo perimetro per la Bonifica dell’area industriale, della falda idrica sottostante e dell’area marina antistante, ivi compresa l’area portuale di Massa-Carrara (inquadrato come sito di interesse nazionale), includendo al suo interno la discarica di ceneri provenienti dall’inceneritore Cermec (21.481 m2), una vasta superficie di falde acquifere, le aree marmifere dei ravaneti e – tra le altre – quelle degli ex impianti Enichem, Italiana Coke, Dalmine, dell’area resine della Farmoplant, della Fibronit (in cui venivano prodotte lastre in cemento-amianto) e della Ferroleghe (riconversione della Calciocianamide). Nel 2000 restavano solo 153.000 m2 da sfruttare per opere di reindustrializzazione (peraltro insidiati dalla possibilità di trasformare la destinazione d’uso dell’area da industriale a commerciale), a fronte di 1.352.105 m2 del 1990.

Sulla scia di queste dinamiche, scontando una concordanza non sempre efficace tra le promesse di nuova occupazione e l’utilizzo produttivo delle aree dismesse, nel 1999 il numero degli stabilimenti attivi nel Consorzio Z.I.A. (creato come Ente pubblico economico con la legge n. 317/1997) toccò quota 587. Nei processi di trasformazione produttiva e di privatizzazione iniziarono ad assumere sempre più importanza fattori di efficienza ambientale esterni alla singola industria, proiettati verso raggruppamenti spaziali di attività produttive che comprendevano ricerca e sviluppo, marketing, formazione professionale, infrastrutture e servizi: aspetti non propriamente radicati in una provincia che scontava la mancanza di rapporti tecnologici con le vicine sedi universitarie di Pisa e di Genova, una sotto dotazione di laboratori di ricerca e un sistema di trasporti poco adeguato alle modalità di sviluppo dominanti. Contemporaneamente l’abbassamento dei costi del lavoro, le normative sulla flessibilità e l’elasticità occupazionale garantita sulle realtà di piccola scala – rispetto alle variazioni quantitative della domanda interna e internazionale – dal sistema di piccolissima, piccola e media impresa contribuirono ad aprire il nuovo millennio con un saldo attivo di 340 unità sul Registro delle imprese (1.505 nuove iscrizioni e 1.165 cessazioni nel 2001).

L’incremento strutturale della base imprenditoriale – coadiuvato dal progetto Investire a Massa-Carrara per la valorizzazione dell’area esterna alla Z.I.A e dal crescente utilizzo di forme societarie più complesse come quelle di capitali – interessò il settore delle costruzioni (+3,36%) e delle imprese di intermediazione monetaria e finanziaria (+11,08%, circa sette punti percentuale in più rispetto alla media regionale e nazionale in una fase di grande speculazione), nonché – almeno in parte – quello immobiliare, informatico (+1,62%) e manifatturiero (+0.98%). Continuavano però a risultare difficoltose le situazioni de settore agricolo-ittico (-4,59%) e dell’estrazione mineraria (-2,26%), inquadrabili in un tasso di crescita complessivamente ridotto rispetto al biennio precedente. Nello specifico del Consorzio Z.I.A., invece, le 591 imprese orbitavano in termini maggioritari nel manifatturiero (326, il 55,2%), nell’edilizia, nell’impiantistica (75, il 12,7%), nei servizi privati (85, il 14,4%) e nel commercio (63, il 10,7%), con un aumento di 44 addetti (9.180) rispetto al 2000 ed un calo nelle sole lavorazioni meccaniche (-136 addetti). Degne di nota erano poi le traiettorie della cantieristica da diporto, la quale andava sempre più caratterizzandosi come punto di aggregazione per nuovi insediamenti in risposta all’esiguità degli spazi di sviluppo nelle adiacenti realtà nautiche di Viareggio e La Spezia.

Un accento particolare veniva posto dal Rapporto sull’economia massese 2002 sulla predominanza di imprese individuali (il 64,90% delle imprese presenti a Massa-Carrara, superiori di un punto percentuale al dato regionale ma inferiori rispetto al 69,29% nazionale) e sull’andamento altalenante dell’interscambio fra le realtà apuane e mercati internazionali, specchio di una progressiva decelerazione del commercio estero nei flussi in uscita – come quelli diretti in Malaysia, già allora condizionati dalle vicende economiche internazionali e incapaci di sostituire la mancanza di strategie commerciali di medio-lungo periodo – e di una opposta e decisa ripresa di quelli in entrata. Ancor più rilevanza acquisivano i dati sull’occupazione, segnando una nuova risalita della parabola dopo la pesante flessione della prima metà degli anni Novanta: dai rilievi Istat il tasso di disoccupazione (estraibile dal rapporto tra persone in cerca di impiego e l’intera forza lavoro) era sceso dall’11,87% del 2000 (fanalino di coda regionale) al 6,76% del 2001, erodendo in un solo anno il 5,1% dei disoccupati (corrispondente a 4.429 unità).

Nonostante i facili fraintendimenti (dalla bassa significatività del campione alla classificazione concettuale del disoccupato) a cui i dati raccolti dall’Istituto di statistica si prestavano nella fattispecie, il momento occupazionale era quindi da considerarsi in tendenziale rialzo, cresciuto dell’oltre 8% rispetto al 1998 grazie a 5.500 nuovi posti di lavoro. Le motivazioni potevano essere ricercate sia nella moderazione salariale, avviatasi con la contrattazione collettiva del luglio 1993, che in una produttività del lavoro in forte sviluppo: non doveva però essere elusa la cospicua presenza di rapporti di lavoro a tempo parziale e di part-time involontario, forme considerate atipiche nel quadro del “pacchetto Treu” e sovente adottate per la componente femminile impegnata nelle attività impiegatizie e nelle realtà di Terzo settore. Al contempo, soprattutto dalla Lunigiana (dove la disoccupazione maschile era rimasta piuttosto contenuta), influiva la diffusione del pendolarismo verso le province limitrofe di Parma e La Spezia e in direzione della pianura Padana prima ancora che di Massa-Carrara.

Gli alti e bassi occupazionali che caratterizzarono il ventennio 1980-2000, invero, rientravano in un più ampio processo di decrescita che trovava i suoi prodromi provinciali nella prima metà degli anni Settanta. Una parabola discendente, intervallata solo da alcuni aumenti congiunturali (come quello appena riportato) e al cui centro si stagliava Carrara. Nella preponderanza di piccole e medie imprese prive di una marcata specializzazione industriale manifatturiera, il comune scontava una mancanza di specializzazione nei cosiddetti knowledge intensive business services e nelle attività di alloggio connesse alla ricettività e all’offerta turistica: differiva il contributo del commercio all’ingrosso (con circa 2.000 occupati), specialmente quello legati ai prodotti della filiera lapidea (50% del totale), ma nel complesso – tra il 2007 e il 2015 – le dinamiche occupazionali furono caratterizzate da una diminuzione del 14% del lavoro nelle unità locali, equivalente ad una perdita di circa 8.500 posti di lavoro. Nel 2005 restavano 7.588 le persone alla ricerca di un impiego, di cui 2.249 nella sola Lunigiana: tra queste 5.444 erano donne (1.797 in Lunigiana), conformando dati quantitativi di sostanziale gravità.

L’influenza delle dinamiche internazionali, l’affievolimento del welfare e lo squilibrio di un sistema sempre più sbilanciato verso la precarizzazione mostrarono i loro effetti nel quadro della crisi finanziaria del 2008. Alla perdita di valore dell’export del marmo lavorato (senza però sottrarre alla realtà apuana il mantenimento della leadership riconquistata nel 2009, il Rapporto sull’economia provinciale del 2010 affiancava una decrescita sempre più accentuata del mercato del lavoro: i drammatici dati del 2009 avevano fatto registrare una crescita del 314% della cassa integrazione straordinaria rispetto al 2008, affiancandovi una diminuzione delle assunzioni stagionali a tempo determinato (complice l’impatto della crisi sul turismo), un blocco generico delle assunzioni (solo il 18,7% delle imprese industriali si era mostrato disposto ad assumere) ed un’impennata della cassa in deroga (660.162 ore, con un aumento del 330% rispetto ai primi nove mesi del 2009).

La meccanizzazione e le evoluzioni tecnologiche (come il filo diamantato) avevano inoltre contribuito a ridurre il numero di operai e operaie impiegati nella lavorazione e nella escavazione del marmo, nonostante un implemento estrattivo del +2,4%. Non stupiva pertanto il saldo positivo delle imprese iscritte al Registro (+1,10%, rispetto allo 0,38% regionale e allo 0,28% nazionale rispetto al 2009), pur condizionato dalle dinamiche di stagionalità, delle attività di servizi di informazione (+4%) e dalle imprese «non classificate» (indicativamente riconducibili a bar, ristoranti, costruzioni, servizi pubblici, sociali e personali, attività immobiliari, noleggio, informatica e ricerca). Restavano invece in calo il lapideo, il campo delle apparecchiature elettriche e quello della nautica; meglio quello delle costruzioni (in calo rispetto agli altri anni) e dei servizi, controbilanciando il ribasso del manifatturiero.

Nelle sue traiettorie, il quadro segnava un punto di svolta nel sistema locale. I comparti produttivi tradizionali assumevano prospettive diverse, sempre più condizionate dalle evoluzioni internazionali e da dinamiche rivolte all’innovazione, alla sostenibilità produttiva, alla flessibilità occupazionale, alle aggregazioni d’impresa e all’internazionalizzazione. Emblematico diveniva il caso del terziario, passato dal 67,5% del Pil provinciale del 1991 al 77,5% (da 49.000 a 60.000 addetti) del 2011. Come osservato dalla Camera di Commercio di Massa-Carrara, nel 2011 la produzione industriale provinciale risultava diminuita dell’1,1% (con un fatturato del -3,3%), a fronte di una situazione regionale in cui era stato possibile registrate un aumento in entrambi gli indicatori: nello stesso anno il sistema manifatturiero provinciale aveva perso altre 250 unità di lavoro, dopo un crollo di 1.700 tra il 2009 e il 2010. Il declino coinvolse anche l’attività portuale, con la movimentazione totale della merce a Marina di Carrara scesa del 3,3%, il numero di imprenditori under 30 (5%), la produzione (-4,5%), gli investimenti (-23%) e l’occupazione (-1,9%) nel lapideo, il turismo (con flussi dimezzati tra il 1981 e il 2011) e la superficie colturale (-48% dal 2001, comprabile alla perdita di 4.000 piccole aziende, nonostante una significativa professionalizzazione nel settore).

Dal 2004 al 2011 le piccole attività commerciali avevano visto scendere anche i loro incassi del 30%, in particolare nell’extra alimentare, corrispondendo – al 2011 – 28 trimestri consecutivi di perdite di fatturato commerciale. L’andamento dell’export locale, meno colpito rispetto agli altri settori, segnava oltretutto un tasso inferiore rispetto agli aumenti più consistenti registrati dalla Toscana (+1,4%) e dall’Italia (+11%), registrando addirittura un -82% nelle vendite all’estero della nautica e della cantieristica (con un calo produttivo del 12% nel solo 2011, a fronte di un tenuta positiva della meccanica). Restava forte il lapideo, con un +8% nel valore dei lavorati (70% dell’export nazionale) e un +6,5% per il grezzo, in particolare verso la Cina, l’India, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

L’ultimo decennio si apriva così in netta flessione sul versante fiscale, tra un Pil pro capite di 23.378 euro (contro i 28.000 della Toscana e i poco meno di 26.000 nazionali), una riduzione dei prestiti del -2,6% (perdita mai registrata fino al allora), dei depositi del -1,4% ed un quantitativo di circa 3.200 soggetti insolventi. A restare dolente era soprattutto il tasto del lavoro, con tassi di disoccupazione vicini all’11,7% ed una consistente dilatazione del lavoro precario e di quello in nero. Non si trattava come ovvio di fenomeni esclusivamente locali, eppure particolarmente accentuati nell’ambito provinciale: lo stesso processo complessivo legato alla crescita dei servizi scontava a Massa-Carrara ulteriori elementi di debolezza (specie sul versante sanitario), tra un invecchiamento della popolazione ben superiore alla media toscana, bassa natalità, scarsa diversificazione produttiva – concentrata attorno al terziario, alle attività estrattive ed ai mezzi di trasporto, con un ruolo del tutto marginale dei settori manifatturieri che caratterizzavano il resto della regione – e la marcata eterogeneità tra i due sistemi economici locali della Lunigiana e dell’area di Massa e Carrara.

Con decreto del direttore generale del 13 aprile 2011 il ministero dello Sviluppo economico riconobbe di conseguenza Massa-Carrara come area di «crisi complessa nonché con impatto significativo sulla politica industriale nazionale», anticipando il protocollo d’intesa per lo sviluppo e la reindustrializzazione delle aree produttive della provincia stipulato con la delibera del 14 marzo 2011 (n.161) dalla Giunta regionale toscana. Quest’ultimo guardava alla salvaguardia funzionale e occupazionale dello stabilimento Nuovi Cantieri Apuania di Marina di Carrara e allo sviluppo produttivo dell’area Eaton di Massa (da anni al centro di scioperi e rivendicazioni), con l’obiettivo di sostenere strategie industriali su produzioni specialistiche ed innovative in grado di «capitalizzare le tradizioni manifatturiere» e di puntare a soluzioni coerenti con la «vocazione produttiva dell’area».

Ulteriori azioni di contrasto alla crisi economica erano state promosse negli anni immediatamente precedenti, come testimoniavano – tra gli altri – il già citato Piano Locale di Sviluppo Rurale 2007-2013 e il Piano regionale delle attività estrattive di recupero delle aree escavate e di riutilizzo dei residui recuperati, approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 27 del 27 febbraio 2007. Ciononostante, rimanevano aperti problemi che – nell’incapacità di invertire le tendenze occupazionali – rendevano sempre più grave anche la correlazione tra opere di bonifica, salute e crisi aziendali. Nel rapporto economico del 2021, il peso di queste dinamiche continuava a gravare in modo incisivo: la popolazione era scesa di 1.844 abitanti (-1.015 donne e -829 uomini) rispetto al 2019, equivalente al peggior saldo naturale di sempre per la provincia (-2.081, complice un trentaseiesimo posto nazionale per decessi da Covid-19). Lo stesso indice migratorio – molto forte dal Marocco – risultava in forte diminuzione, pur in positivo (+237), mentre la popolazione straniera segnava un calo per la prima volta dopo decenni.

A diminuire era anche il tasso di sviluppo imprenditoriale (-0,01%, con 1.020 iscrizioni al registro e 1.023 cessazioni rispetto al 2019), equiparabile a quello regionale: un processo comunque contenuto, probabile riflesso della tendenza ad attendere incentivi per la ripartenza. Il tutto rientrava in un quadro di nuovo aumento della disoccupazione (a seguito di un periodo di decrescita animato dalle iniziative sindacali e da investimenti programmatici che erano riusciti a dare un minimo di respiro ad una situazione critica), con la componente femminile all’11,1% ed un tasso di occupazione della popolazione residente attorno al 65,7%. Il numero complessivo di entrate programmato dalle imprese apuane rispetto al 2019 si era ridotto del 21,5%, pari – in valore assoluto – a 2.320 unità lavorative in meno; nel 2020 la stessa Cig aveva registrato ben 6,4 milioni di ore-cassa autorizzate a livello locale, pari – secondo il full time equivalente – a circa 1.760 unità lavorative, nonostante la buona tenuta della filiera lapidea nel comprensorio apuo-versiliese e l’istituzione nel 2016 del distretto tecnologico di Marmo e pietre ornamentali di Carrara (gestito in partenza dalla Internazionale  Marmi e Macchine, dalla Geoexplorer e dal Consorzio per lo sviluppo dell’attività marmifera apuo-versiliese). Sempre nel 2016 – nel frattempo – Confesercenti aveva denunciato una nuova crisi del terziario, tra chiusure ed un calo del volume di affari che evidenziavano i tratti di una flessione pressoché costante.

Federico Creatini

09/01/2023


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