Livorno


Composta da venti comuni, la provincia di Livorno occupa la parte centrale del litorale toscano: al suo interno risiede anche l’intero arcipelago regionale, escluse l’Isola del Giglio e quella di Giannutri. Fino al 1925, tuttavia, con essa era da intendersi un’area ridotta al solo capoluogo e all’Isola d’Elba: Collesalvetti, Capraia, Rosignano Marittimo, Cecina, Bibbona, Castagneto Carducci, Sassetta, Suvereto, Piombino e Campiglia (che fino al 1949 avrebbe compreso anche quello che oggi è il comune di San Vincenzo) furono infatti annessi con il r.d.l. n. 2011 del 15 novembre 1925, conferendo alla circoscrizione l’aspetto attuale.

Al momento dell’Unità d’Italia Livorno arrivava sulla scia di un progressivo consolidamento commerciale, in particolare come nodo di rispedizione: non vi erano attività di trasformazione legate al traffico di merci, complice la natura di porto franco dello scalo labronico. Una particolare eccezione era costituita da una serie di piccole e medie industrie che occupavano complessivamente 6.000 lavoratori, impegnate per il Levante e incentrate sull’importazione di materie prime – esentate dal pagamento di dazi – e sull’esportazione del prodotto finito. A queste si affiancavano realtà leggermente più sviluppate, come quelle legate alla fabbricazione delle vele e all’industria del corallo.

L’attività commerciale rimase il fulcro dell’economia e dell’occupazione livornese almeno fino all’abolizione del porto franco, avvenuta nel 1865 ed entrata in vigore nel 1868. L’impatto della disposizione costituì una delle premesse principali allo sviluppo industriale labronico, segnando un punto di partenza per la trasformazione di Livorno in città e porto industriale. La transizione non fu esente da contrasti, a partire dall’inserimento della città nella nascente rete ferroviaria. Da una lato pesavano gli interessi degli agrari pisani, intimoriti da un possibile isolamento di Pisa e dalla potenziale migrazione di forza lavoro verso il secondario; dall’altro emergevano invece pareri favorevoli sul possibile collegamento tra Livorno e la Maremma, puntando così a servire una città di carattere industriale e commerciale. Un compromesso fu raggiunto solo nel 1906, con la costruzione e l’inaugurazione (nel 1910) del tronco Pisa-Livorno-Cecina dalla Genova-Roma.

L’ingresso definitivo nell’industrializzazione arrivò per Livorno con l’entrata degli Orlando nel Regio Cantiere Militare Marittimo, concretizzando una delle più significative manifestazioni di fusione tra capitale bancario e capitale industriale del tempo. Tali dinamiche furono registrabili anche nel campo dell’industria siderurgica, mineraria e metallurgica, riflettendo una tendenza regionale e nazionale che nel contesto specifico coinvolse anche Piombino (allora sotto Pisa) e Portoferraio. L’Isola d’Elba poteva significativamente contare sul più importante giacimento di ferro del paese, fornendo la totalità del materiale estratto in Toscana e il 90% della quota nazionale.

All’interno di questa connessione, nel 1870 venne installato a Piombino il primo forno “Martin” d’Italia. Proprio a Piombino, di fatto, le numerose fucine erano state superate nel 1864 dall’inaugurazione della Magona d’Italia: fu quello il prodromo di un autentico decollo produttivo e occupazionale che nel 1878 vide nascere lo stabilimento “ferriera di Piombino” e nel 1897 – a Firenze – la Società Anonima Forni e Fonderie d’Italia (il cui primo altoforno piombinese entrò in funzione nel 1899), incentivando parimenti lo sviluppo di un importante movimento cooperativo.

Le operazioni disposte dal capitale finanziario coinvolsero anche la fascia costiera tra Rosignano a San Vincenzo, come nel caso dello zuccherificio di Cecina. Dopo la chiusura – attorno al 1888 – della Magona del Ferro, una parte dell’area fu rilevata dalla Banca Tirrenia e riconvertita nel 1907 a fabbrica di mattoni; l’altra divenne invece Etruria (Società Anonima Livornese per la Fabbricazione di Zucchero di Barbabietola), società fondata nel 1899 per iniziativa degli Orlando. Questa seconda esperienza si rivelò però fallimentare, attivata solo nel 1922 con il passaggio alla Ligure Lombarda per la Raffinazione degli Zuccheri.

Il periodo 1879-1898 fu caratterizzato da una rinnovata dinamicità, alimentata dallo sviluppo edilizio e infrastrutturale e dall’irrobustimento dei settori cantieristico e metalmeccanico. Crebbe la funzione della città di Livorno come porto del carbone, destinato al rifornimento delle industrie locali, regionali e del centro Italia. Nel 1905 Orlando e Odero fondarono inoltre la Società Elettrica Ligure-Toscana (installando a Livorno una centrale a vapore), mentre Piombino e Portoferraio svettavano ormai come riferimenti di punta della nuova siderurgia italiana. Fra il 1903 e il 1911 – sintomaticamente – le imprese industriali labroniche ed elbane salirono da 311 a 1.380, portando il totale dei loro lavoratori da 9.906 a 18.072. Nell’area di Cecina la struttura industriale si consolidò grazie all’intervento di capitali genovesi e livornesi, contribuendo a sottrarre lavoratori al comparto agricolo. La prevalenza mezzadrile incrociò i mutamenti indotti dalle industrie per la trasformazione dei prodotti agricoli (nel 1911 43 aziende che ospitavano 168 maestranze), come zuccherifici, mulini, pastifici, frantoi, distillerie, latterie e allevamenti di pollame e bestiame, oltre alla diffusione di attività e servizi. Degna di nota era anche un’importante fabbrica di laterizi (quest’ultima produzione e l’edilizia impegnavano complessivamente più di 560 addetti), mentre nelle aree di campagna iniziavano a diffondersi l’orticoltura e l’affitto dei terreni agricoli. Ad ogni modo, nel quadro provinciale l’area cecinese conobbe una crescita decisamente più veloce come centro amministrativo e commerciale che non come centro di produzione agricola e industriale.

La centralizzazione della grande industria avanzata che seguì alla guerra di Libia creò non poche difficoltà alla realtà labronica. La crisi industriale del 1913 – già nel 1911 la realizzazione dell’Unione Siderurgica aveva lanciato un primo salvagente alle difficoltà dell’industria mineraria e siderurgica – portò ad una diminuzione complessiva degli investimenti, delle attività produttive e del tasso di occupazione, accentuando fenomeni di conflittualità sociale: lo stesso Cantiere livornese dispose un’importante serie di licenziamenti, così come avvenne per gli stabilimenti siderurgici di Portoferraio e Piombino. Fu poi il primo conflitto mondiale a segnare in modo ulteriore le dinamiche dell’area portuale, allorché la recessione industriale fiaccò un equilibrio – di per sé precario – basato sul carbone. Nel campo industriale solo il comparto minerario-metallurgico riuscì a tratte qualche minimo vantaggio dalle operazioni belliche, almeno nella città di Livorno. Un mutamento chiave avvenne invece a Rosignano, dove nel 1913 vide la luce l’impianto Solvay. Oltre a segnare l’ingresso dell’industria chimica in Toscana, l’insediamento della società belga esercitò da subito un enorme impatto sull’assetto economico dell’area (nel 1925 lo stabilimento soddisfaceva già la domanda nazionale di soda caustica): determinò inoltre una forte attrattiva sia sulla manodopera locale che su quella più specializzatatecnici compresi – proveniente da Livorno, tracciando un punto di svolta sul fronte occupazionale (con la forte attività edilizia prodotta dalla costruzione degli stabilimenti e del villaggio Solvay) e sull’assetto sociale della zona. Nel 1928, a conferma di ciò, la Solvay avviò un graduale sfruttamento dei giacimenti di pietra calcarea delle cave di San Carlo (nei pressi del monto Rombolo, all’interno del comune di San Vincenzo), abbandonando quelli di Rosignano Marittimo – aperti nel 1917 – e organizzando il trasporto su di un’apposita teleferica (sostituita negli anni successivi da un raccordo ferroviario).

La difficile riconversione produttiva che seguì l’immediato primo dopoguerra iniziò ad essere superata nel corso degli anni Venti, complici i forti legami personali degli imprenditori livornesi con uomini di spicco del nascente regime fascista. Furono per certo queste relazioni a favorire – con la l. n. 1.012 del 20 giugno 1929 – l’istituzione formale dell’Area industriale livornese, che sulle scia delle disposizioni amministrative richiamate in apertura rese quella di Livorno la prima provincia in Toscana per numero di addetti. A seguito del provvedimento nel capoluogo sorsero realtà come la Genepesca, la Moto Fides e la Litopone, rendendo la novella Zona Industriale – al pari di quella Apuana – un esempio emblematico della “calata” territoriale di grandi gruppi economico-finanziari extraregionali. Così fu anche per altre aree della provincia, come dimostrò l’attivazione del già ricordato zuccherificio Eridania a Cecina: le fornaci della ex Magona cittadina passarono a loro volta sotto l’Ilva, mentre una piccola impresa locale per la produzione e la distribuzione di elettricità venne rilevata dalla Società Elettrica Ligure-Toscana. Al contempo andava rafforzandosi il carattere agricolo-industriale della Maremma settentrionale, con una nuova accelerazione del terziario nell’area cecinese ed il consolidamento della cittadina come centro commerciale, di servizio e – assieme a Vada – di turismo balneare.

La crisi del 1929 non lasciò immune la provincia: a Piombino, dove nel 1927 i tre impianti siderurgici davano lavoro a quasi 5.000 unità (rispetto alle 7.000 di tutto il comparto industriale), l’attività si ridusse al punto di lasciare attivo un solo altoforno. Il processo di razionalizzazione del comparto minerario-siderurgico portò altresì alla costituzione di una nuova società Iri – controllata insieme all’Ilva dalla finanziaria Finsider – per la gestione delle miniere di ferro elbane e la ricerca di nuovi giacimenti nella Toscana costiera e meridionale: la Ferromin. Viceversa, la vicinanza di Livorno alle colline metallifere (nelle quali furono riaperte una serie di piccole miniere) e l’esistenza pluridecennale di impianti di lavorazione di metalli e minerali garantirono alla città – sotto l’egida autarchica – una sostanziale stabilità produttiva e occupazionale, mantenendo su buoni livelli anche i traffici portuali. Fu in questo quadro che l’introduzione dell’industria dei combustibili liquidi si concretizzò nella costituzione dell’Anic (avvenuta nel 1936 grazie ad una compartecipazione tra lo Stato e la Montecatini), seguita all’installazione di una serie di raffinerie di medie dimensioni riconducibili a gruppi di grandi società straniere coperte da società anonime italiane.

Questi fattori spinsero Livorno ad imboccare una strada diversa rispetto a quella regionale, dove il peso delle grandi industrie di base andava riducendosi a vantaggio delle realtà industrializzate del nord Italia. Ad un comparto industriale che alla fine degli anni Trenta contava 40.277 addetti (dal censimento dell’aprile 1936 la popolazione cittadina era di 124.963 abitanti) la città labronica continuava ad affiancare per di più una spiccata indole commerciale, tanto da risultare una realtà più dinamiche della fascia costiera toscana. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e gli anni di conflitto lasciarono però alle loro spalle cumuli di macerie, assestando un duro colpo all’intera economia provinciale: a Livorno i bombardamenti distrussero il porto ed alcune delle principali industrie cittadine, così come gli impianti siderurgici di Piombino e Portoferraio (segnandone di fatto la fine di quest’ultimo, con molti operai che presero la via della terraferma o cercarono impiego temporaneo nelle cave). Ingenti distruzioni segnarono anche Cecina, che perse i suoi ponti fluviali. Il periodo tra la fine della guerra e il 1951 fu caratterizzato dunque da un complesso e faticoso processo di rilancio socioeconomico, tra il ricorso alle agevolazioni speciali e l’opera dell’Iri. Sulla lenta ripartenza dell’industria livornese influì probabilmente anche la volontà di indebolire il ruolo della Compagnia Lavoratori Portuali, autorevole rappresentante degli addetti al settore, oltre a quella di porre un freno al rilancio industriale di una città che godeva di forti tradizioni operaie e in cui il capitale straniero – soprattutto statunitense – era presente in maniera massiccia. In tal senso la raffineria Anic riprese la propria attività solo nel 1948, dopo l’accordo con la Standard Oil Company di New York: nel 1954 fu inaugurata anche una nuova raffineria, prodromo del cambio nominativo in Stanic.

Se Piombino e Rosignano tornarono rapidamente a registrare alti livelli produttivi, non poche delle residue industrie livornesi furono assorbite all’interno di gradi gruppi di carattere nazionale. Tale processo di ristrutturazione portò ad una maggior concentrazione delle attività e ad un calo quantitativo dell’occupazione industriale: dai 40.227 del periodo 1937-1940 il secondario passò ai 38.114 del 1951 (2.163 unità in meno, pari al 5,37%). La regressione maggiore venne fatta registrare dal metallurgico, che al 5 novembre 1951 presentava il 16,60% totale degli addetti all’industria contro il 25,41% del 1937-1940. Nella Zona Industriale Livornese furono diciannove gli stabilimenti (equivalente di 4.380 dipendenti) che non riuscirono a rilanciare la produzione, condividendo la stessa sorte di altre dieci realtà al di fuori di essa (equivalente al licenziamento di 2.700 maestranze). Non si trattò però di una declino omogeneo: al calo dell’industria leggera, in particolare di quella tessile ed alimentare, corrispose una crescita dell’industria chimica (dal 9,2% degli addetti del 1937-1940 al 14,30% del 1951) ed elettrica. All’inizio degli anni Cinquanta la città di Livorno restava così ancora la prima in Toscana per numero di addetti in rapporto alla popolazione (nel 1952 erano 2.564 le aziende attive nella produzione di beni strumentali, con 21.696 operai), con 2.009 unità coinvolte nelle attività estrattive (6,4%), 24.965 nel manifatturiero (78,8%), 4.108 nelle costruzioni (13,1%) e 520 nella produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua (1,7%).

Nell’area della Val di Cornia e dell’Alta e Bassa Val di Cecina l’implemento dei flussi occupazionali verso i poli industriali di Piombino e Rosignano continuava ad intrecciare comunità animate da una forte presenza mezzadrile e bracciantile (sovente legata al datore di lavoro da rapporto fisso e impegnata per opere di miglioria, per l’attività del centro aziendale e per la coltivazione dei terreni a conto diretto), aprendo nuovi orizzonti occupazionali – riassunti nella celebre definizione di “metalmezzadri” – ed incentivando un primo abbandono delle campagne (i mezzadri furono gradualmente sostituiti dai salariati e dai coltivatori diretti, specialmente dopo il varo del d.l. del 24 febbraio 1948, n. 114 che stabiliva provvidenze a favore della piccola proprietà contadina). La provincia si trovava d’altronde a scontare un reddito pro-capite medio estremamente basso, inferiore a quello di tutte le altre circoscrizioni toscane (eccezion fatta per Grosseto): alla mancanza di capitali locali – causata anche dalla vocazione commerciale dell’imprenditoria livornese – si sommava un qual certo ritardo nell’adeguare l’apparato industriale alle caratteristiche dello sviluppo nazionale, sempre più orientato verso i beni di consumo (contro la produzione labronica di beni strumentali e di investimento).

La piccola proprietà coltivatrice era diffusa vicino ai centri urbani e nelle zone di Castagneto Carducci (dove aveva messo le radici anche una solida attività cantieristica, con numerosi maestri d’ascia), Castelnuovo della Misericordia, della Val di Cornia (con un alto livello di produzione ortofrutticola, specialmente di pomodori e carciofi) e dell’Isola d’Elba (dove il frazionamento era talmente diffuso da rendere difficile l’attività agricola), capace di attirare nel secondo dopoguerra importanti flussi migratori dalla Sicilia, dalla Campania, dalle Marche e dall’Abruzzo. A ciò contribuì l’opera dell’Ente Maremma (nelle zone soggette ad esproprio), a cui corrispose un parallelo sviluppo della cooperazione agricola all’Elba e nell’area tra Rosignano e Vignale Riotorto: la Cooperativa di consumo “La Proletaria”, nata a Piombino il 26 febbraio 1945 da 30 soci (ma erano già 3.686 alla fine dell’anno), avviò al riguardo un’opera di fusione con le cooperative sorte nelle zone circostanti di Piombino e dell’Elba, concretizzando l’apertura di negozi e punti di distribuzione. La presenza provinciale dei servizi verteva invece su tre istituti di credito di diritto pubblico: il Banco di Napoli, la Banca Nazionale del Lavoro e il Monte dei Paschi di Siena, oltre ad altrettante banche di interesse nazionale come la Banca Toscana, la Banca d’America e d’Italia e la Cassa di Risparmio di Livorno (gli istituti di credito della provincia erano rappresentanti da 43 agenzie, a cui dovevano essere aggiunte 35 agenzie di assicurazioni). Le strutture ricettive scontavano ancora una scarsa diffusione all’Isola d’Elba (nonostante la costruzione di nuovi alberghi a Marciana Alta e a Portoferraio, per un totale di 90 camere e 136 letti), ma vantavano numeri significativi nel resto della provincia: a sopperire alla mancanza di alberghi di lusso ve ne erano moltissimi di terza e quarta categoria (430 camere e 856 letti), coadiuvati da pensioni e locande (469 camere, 911 letti e 828 affittacamere). Degno di nota risultava infine il numero di imprese dello spettacolo, con teatri e cinematografi disseminati in tutti i comuni (i secondi erano 65 in totale).

Nel corso degli anni Cinquanta la struttura produttiva conobbe cambiamenti significativi, anche all’intero del settore industriale. L’aumento della domanda nel ramo dell’elettricità, dell’acqua e del gas controbilanciò la flessione nel campo delle costruzioni, delle attività estrattive ed il calo occupazionale nel metallurgico, nel meccanico e nel chimico (che dal 65% del 1951 scese al 55,28% del 1961) Nei primi anni Sessanta la diffusione eterogenea della piccola-media imprenditorialità accompagnò anche la crescita dell’inflazione: tra le prime conseguenze vi fu la crisi del Cantiere Orlando, che subì l’opera di ridimensionamento della cantieristica nazionale connessa al piano di ristrutturazione siderurgica voluta da Oscar Sinigaglia. L’impianto venne profondamente ridimensionato (compensato solo in minima parte dalla Carpenteria Finsider a Guasticce), uscendo dal gruppo Ansaldo e passando sotto la gestione della società Cantiere Navale Luigi Orlando S.p.a. (con una partecipazione della Fincantieri): l’occupazione crollò così dalle 2.000 unità del 1956-1957 alle 600 previste dal piano di ristrutturazione (sarebbero state 1.304 nel 1963), incrementando una tendenza già iniziata nel 1959. Al contempo, il processo di ristrutturazione riportò nei reparti di Piombino gran parte degli operai che tra il 1952 e il 1958 era stati licenziati durante il rinnovamento della Magona (tra il 1951 e il 1971 l’occupazione nel siderurgico avrebbe fatto registrare un +30%): il censimento del 1961 mise in evidenza l’elevata specializzazione dell’industria piombinese in relazione alla siderurgia e alle altre attività connesse (un fitto tessuto di imprese terziste aveva messo le radici nelle zone limitrofe), con un incremento complessivo dell’occupazione dell’8,06% rispetto al 1951 ed una rapida crescita dell’indotto commerciale.

Rosignano nel frattempo era andata consolidandosi come uno dei principali complessi industriali del comprensorio Pisa-Livorno, secondo solo allo stabilimento Piaggio di Pontedera. L’area maremmana della provincia aveva invece conseguito un progressivo distacco dalla caratterizzazione settoriale del resto della provincia: Cecina cresceva in senso strettamente commerciale e amministrativo, polo di riferimento scolastico e nel campo dei servizi; ad essa si affiancavano un’economia agricola sempre più meccanizzata e la diffusione della una piccola-media industria leggera, oltre al proliferare di strutture connesse al turismo balneare (campeggi, hotel, ristoranti). Fu con l’inizio degli anni Settanta, tuttavia, che la provincia di Livorno finì per toccare con mano i primi effetti della deindustrializzazione. Quello che fino ad allora – con le sue oscillazioni – era stato il leading sector della provincia cominciò a manifestare i segni di un progressivo smantellamento, sfociando nel ventennio successivo in un declino di cospicue dimensioni. Nel corso degli anni Ottanta il sistema industriale livornese registrò difatti una diminuzione del 36% nel numero degli addetti – espressione della crisi che colpì anche i Cantieri Orlando, le cui commesse di motonavi traghetto e piccoli navigli per i trasporti petroliferi sarebbero andate sempre più riducendosi – e del 30% in quello di unità locali, assumendo i termini di un vero e proprio collasso strutturale: se nel 1971 al secondario apparteneva ancora il 53% dei lavoratori provinciali, dieci anni dopo la stessa percentuale era scesa al 26% (tra il 1971 e il 1991 la percentuale calò del 39% nell’are livornese, del 34,5% nella Bassa Val di Cecina, del 23,4% in Val di Cornia – con un tracollo del 40,6% tra il 1981 e il 1991 – e del 43% nell’Arcipelago, dove l’economia si basava ormai esclusivamente sulle attività terziarie).

La mancanza di ogni riferimento strutturale paragonabile ad un distretto industriale, l’appartenenza delle grandi unità di produzione a gruppi capitalistici esterni o al settore pubblico e l’isolamento con cui queste operavano sul territorio costituirono gli elementi principali di un declino a cui la provincia non seppe rispondere con l’istituzione spontanea di piccole unità di produzione, se non per la riconversioni delle realtà terziste (già radicate in realtà come Rosignano, quasi in termini di industria diffusa) e la risalita negli anni Novanta dell’imprenditorialità agricola, turistica e commerciale (tra gli anni Settanta e Ottanta, dopo la fusione con La Fratellanza di Rosignano, l’espansione della Coop portò all’apertura di nuovi punti vendita a Donoratico, Venturina, San Vincenzo, Portoferraio, Cecina e Salivoli). La contrazione dell’area livornese aprì dunque ad una precipitosa caduta dei livelli di produzione, reddito e di occupazione (nel 1981 il 37% degli addetti all’industria era ancora occupato nel meccanico, il 31% nel ramo delle costruzioni e dei mezzi di trasporto e il 9% nella chimica e petrolchimica), arretrando bruscamente i livelli di generico benessere raggiunti in zona: un processo a cui non fu in grado di ovviare neppure lo sviluppo del terziario, animato dagli elevati tassi di crescita delle attività portuali, ristorative e dei servizi alla persona. La flessione si rivelò più moderata nella Bassa Val di Cecina, grazie soprattutto alla presenza di un polo dominante come quello della Solvay; lo stesso non accadde però in Val di Cornia, dove la curva negativa del ramo siderurgico (che dopo aver toccato il massimo storico di 7.823 addetti nel 1981, scese sotto i 4.000 nella seconda metà del decennio) estese i suoi effetti dall’area di Castagneto Carducci a quella di Grosseto.

L’aumento della disoccupazione aprì le porte all’aumento degli impieghi stagionali e ad un ricorso crescente ai sussidi di disoccupazione, sovente legati alla stagione turistica o alle periodicità agricole (dai frantoi alle vendemmie, passando per le cantine, i conservifici e i pomodorifici come quello Petti di Venturina). Il ritorno alla terra e lo sviluppo di aziende agricole (specialmente nella zona della Val di Cornia e della Bassa Val di Cecina) videro comunque nascere autentiche eccellenze nella produzione dell’olio ed in quella del vino (tra i più famosi al mondo quelli bolgheresi, con la creazione del consorzio Bolgheri DOC nel 1983 ed il suo lancio definitivo nel 1994); dagli accorpamenti cooperativi emersero simultaneamente realtà di grande importanza come Terre dell’Etruria (con sede a Donoratico), creata nel 2001 e ad oggi la più grande cooperativa agricola multifiliera della Toscana con oltre 3.500 soci affiliati e quasi 60 milioni di euro di fatturato. Venturina iniziò a valorizzare sempre più la propria dimensione termale, così come Castagneto Carducci, Bibbona, Vada, Cecina e San Vincenzo fecero sul fronte del turismo balneare (campeggi e stabilimenti) e delle strutture ricettive. Nel corso degli anni Novanta trovarono spazio anche iniziative finalizzate al rilancio del turismo in bassa stagione, richiamando la tradizione sportiva del territorio (come il Gran Premio Costa degli Etruschi) e supportando i buoni livelli raggiunti dall’export e dalle industrie alimentari (Collesalvetti, Campiglia Marittima, Castagneto Carducci).

Fiere e rassegne enogastronomiche conferirono nuova linfa al commercio e ai servizi, che trovavano nella realtà di Cecina uno dei riferimenti principali. Condizioni tuttavia incapaci di assorbire pienamente la domanda di lavoro della popolazione attiva, relegando la provincia tra quelle ammissibili alle agevolazioni per le aree depresse. Dopo il passaggio a Fincantieri nel 1984 e la svolta verso la produzione di traghetti veloci per il mercato internazionale, ad esempio, i Fincantieri Cantieri Navali Orlando S.p.a. incapparono in una nuova flessione che nel 1995 portò alla chiusura dello stabilimento: dal 1996 al 2002 furono gli stessi lavoratori a rilevarne la proprietà, fondando con il sostegno dei sindacati e degli enti pubblici una società cooperativa a responsabilità limitata (Cantiere Navale Fratelli Orlando S.c.r.l.) dedita alla produzione di traghetti e di motonavi cisterne per il trasporto dei prodotti chimici e petrolieri. La concorrenza asiatica e l’eliminazione del contributo statale alla costruzione di navi sancirono però la fine dell’esperienza, al pari delle perdite finanziarie che seguirono alla scelta di fabbricare grandi traghetti per il trasporto passeggeri della Corsica Ferries. Sul versante opposto della provincia, nel 1992 lo stabilimento di Piombino venne invece scorporato dall’Ilva e acquisito dalla società privata bresciana del gruppo Lucchini, dando inizio ad una serie di passaggi (nel 2005 al gruppo russo Severstal) e di commissioni mancate (come quella relativa allo smantellamento della Costa Concordia, naufragata all’Isola del Giglio) che nel 2014 – scontando gli effetti della grande recessione del 2008 ed alcuni nodi irrisolti del modello di sviluppo piombinese – avrebbero portato allo storico spegnimento dell’altoforno.

Nei primi mesi del nuovo millennio il tasso di disoccupazione provinciale salì all’8,5%, con un peggioramento consistente nell’accesso al lavoro per donne (13,6% di disoccupate) e per i giovani. Nel 2001 gli addetti all’agricoltura ammontavano a 3.010 unità (1.530 uomini e 1.480 donne, con un forte afflusso di manodopera nordafricana e dal Senegal), quasi 500 in più rispetto all’anno precedente; il totale attivo nel secondario era passato invece da 7.468 a 7.696 (con un tasso percentuale tra i più bassi in regione e in netto picco percentuale rispetto al ventennio precedente), grazie anche alla diffusione di piccole e medie imprese ad alto tasso tecnologico (tra cui alcune eccellenze della cantieristica, come i Cantieri Filippi a Donoratico, specializzato in imbarcazioni sportive, o le numerose attività chimico-farmaceutiche), mentre il terziario e i servizi occupavano ormai ben 23.269 addetti (in crescita rispetto ai 21.118 del 2000, con l’incremento delle imprese di servizi alle aziende e alla persona). Il tutto all’interno di una cornice segnata dalla prevalenza di contratti a tempo determinato (+32,67%), che nel 2001 costituivano 66,73% del totale (a crescere del 6,01% era stato anche l’apprendistato, complice il calo del 35,39% e del 22,30% degli indeterminati e dei contratti di formazione lavoro).

I tentativi di rilancio industriale che si susseguirono negli anni successivi coinvolsero in modo particolare la città di Livorno, gravata da un tasso di disoccupazione in costante ascesa. La gestione degli ex Cantieri Orlando fu assunta dalla Azimut-Benetti (potenza cantieristica con sede a Viareggio), che riconvertì la produzione sui mega yatch (nel 2005 fu varato il celebre Galaxy, dalla lunghezza di 56 metri) e indusse la nascita del centro di Porta a Mare (dopo la creazione dell’area commerciale di Porta a Terra). Attorno a Piombino le numerose aziende terziste della Val di Cornia che lavoravano per il siderurgico iniziarono ad orientare sempre più la propria attività verso altri campi (in particolare verso l’Enel e il mondo delle forniture energetiche), assorbendo – assieme alla stagionalità del porto turistico (complice l’enorme incremento di flussi verso l’Isola d’Elba) – parte della manodopera in esubero; lo stesso avvenne a Rosignano e a Cecina, pur con uno sguardo rivolto verso la chimica.

Ma la crisi del 2008 gravò oltremodo su queste traiettorie, generando un nuovo incremento del tasso di disoccupazione provinciale: dal 5,3% a cui era sceso nel 2008, quest’ultimo salì nuovamente all’8,1% nel 2012 e arrivò a toccare la punta più alta – il 10,2% – nel 2016. Dopo il 2014 a Piombino scattò la Cassa integrazione – tutt’oggi aperta – per circa 1.600 maestranze (saltuariamente chiamate a svolgere turni ridotti o ad eseguire lavori di smantellamento dopo la fallimentare esperienza Cevital e le problematiche legate all’attuale gestione Jindal), accompagnando la città di Livorno nel ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. Di conseguenza, negli ultimi anni alla crescita di impieghi a minore qualificazione (con alcuni degli operai specializzati di Piombino che – viceversa – continuano ad accettare indipendentemente lavori su commissione nelle realtà del nord Europa) sono corrisposti un peggioramento della tipologia di inquadramenti ed una progressiva perdita di competitività: il settore agricolo è rimasto tra le 3.000 e le 4.000 unità di lavoro, mentre il processo di deindustrializzazione ha portato tra il 2013 e il 2018 alla perdita di un altro 8% di occupati (in controtendenza rispetto al +3% regionale). Nello stesso lasso decennale anche il settore delle costruzioni ha fatto registrare un -20%; a salire sono stati gli addetti impegnati nel mondo dei servizi (+6% tra il 2013 e il 2018) e del terziario, con quote elevate nei trasporti e nel commercio.

La pandemia ha aperto nuove criticità, pur controbilanciate da un aumento consistente degli arrivi turistici tra l’estate 2020 e quella del 2022 (anche verso Capraia). A zone depresse come Livorno e Piombino si affiancano oggi mete sempre più proiettate verso il turismo di fascia medio-alta come Castagneto Carducci (Bolgheri), San Vincenzo, Bibbona, Suvereto, Campiglia Marittima e l’Isola d’Elba, nel moltiplicarsi di seconde case che hanno conferito nuovo slancio all’edilizia. Una direzione verso cui sta guardando anche il comune di Piombino, dove la diatriba attorno al rigassificatore continua a spaccare la città. A Livorno intanto stanno prendendo forma importanti progetti per il rilancio e il consolidamento delle attività portuali e commerciali (il porto resta il più importante scalo italiano per prodotti forestali, auto nuove ed uno dei principali per il traffico di Ro Ro), riassunti nel disegno della Darsena Europa. Tra le aziende capaci di distinguersi negli ultimi due anni, oltre alla forza raggiunta dalla Unicoop Tirreno, sono seguite – almeno in termini di fatturato – la Solvay Chimica Italia Spa, la JWS Steel Italy di Piombino (oggi al centro di una trattativa con il gruppo Arvedi per l’acquisto dell’intero impianto siderurgico), la Ineos Sales Italia di Rosignano (commercio all’ingrosso), la U. Del Corona & Scardiglia S.r.l. (magazzinaggio e attività nel supporto dei trasporti), la Bunkeroil S.r.l. di Livorno (commercio all’ingrosso di combustibili solidi e liquidi) e altre realtà come la Inovyn Produzione S.p.a. di Rosignano (fabbricazione di prodotti chimici di base), l’Azienda Servizi Ambientali (raccolta, trattamento e fornitura d’acqua), la REA Impianti di Rosignano (economia circolare), la Commercial Department Containers, la Delmare S.p.a. e la Laviosa Chimica Mineraria S.p.a di Livorno. Un chiaro specchio della terziarizzazione economica e occupazionale di una provincia le cui prospettive di sviluppo continuano a restare altalenanti anche per ciò che concerne il mondo dei servizi sociosanitari.

Federico Creatini

09/01/2023


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