La chiave a stella. il lavoro industriale nel ‘900

Come è noto, con la dizione di Labour History, tradotta letteralmente in italiano con “storia del lavoro”, si intende riferirsi a una storia che è in qualche modo duplice: la storia dei processi produttivi, dell’organizzazione del lavoro, delle tecnologie, e la storia della realtà sociale, delle relazioni umane e di potere nei luoghi di lavoro (Musso, 2002, p. 7). Un significato ampio dunque, che è inscindibile stante l’inestricabile intreccio che esiste fra le due dimensioni. Un intreccio ancor più forte nel caso del lavoro manifatturiero, dove il connubio dell’uomo e della donna con le macchine è strettissimo.

Nel 2017 la Fondazione Valore Lavoro (FVL) ha tentato di tenere insieme questa pluralità con un intervento di Labour Public History denominato La chiave a stella, un progetto espositivo che ha funzionato da raccoglitore per molteplici linguaggi e percorsi di avvicinamento alla storia, avvalendosi della collaborazione di storici, museologi, esperti di arte, di fotografia e di grafica.

L’intento è stato quello di mettere insieme competenze diverse per restituire il senso di una vicenda storica, quale quella del lavoro industriale nel Novecento, che è stata tanto economica che sociale, politica e comunitaria, con importanti ricadute nel design e nell’arte, al fine di storicizzarla compiutamente nel contesto locale e innescare un modo di fare storia in, con e per il pubblico.

L’allestimento si è sviluppato in maniera multimediale. Fotografie intese tanto come documenti quanto come una memoria visiva; video e suoni ambientali; sculture e quadri di artisti e di pittori-operai che hanno raffigurato la fabbrica, il lavoro e il movimento operaio; utensili e macchinari utilizzati come chiavi di accesso alla storia del lavoro nella sua dimensione tanto umana che tecnologica; documenti, materiali iconografici e pannelli che ripercorrevano in un ottica “glocale” le tappe della storia industriale nelle sue varie dimensioni ed epoche, senza tralasciare le questioni ambientali, di salute e sicurezza. Infine, l’attenzione etnografica ha permesso di ricostruire una cucina, il luogo centrale e intimo della vita familiare, stuzzicando i ricordi dei più vecchi e la curiosità dei più giovani, sottolineando come la “grande trasformazione” delle rivoluzioni industriali abbia invaso la casa con i prodotti manifatturieri, cambiando i costumi e la cultura.

Ma prima di tutto abbiamo dovuto sciogliere un nodo nevralgico. Quello che ci serviva era di fare i conti “pubblicamente” con il passato, invogliando gli utenti e la comunità locale a fare altrettanto, per digerirlo, patrimonializzarlo e storicizzarlo, in maniera tale da renderlo decifrabile anche rispetto a quel che ha lasciato in eredità al nostro presente ed alle sfide del futuro. Ed allora, come rendere conto dell’intreccio che abbiamo descritto in una maniera che fosse intellegibile e immediatamente fruibile per il pubblico di una mostra?

L’attività di Public History doveva essere in grado di tenere insieme i diversi piani ed i loro legami favorendo al tempo stesso il raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo prefissati: costruire una narrazione coerente e fruibile; attivare un “immaginario” del passato, presente in forme e con contenuti diversi nei vari profili di utenza – su basi di genere e di generazione – da de-mitizzare e contestualizzare storicamente, senza però perdere la forza evocativa ed emotiva di quell’immaginario; investire il tema dell’identità, delle persone e della comunità locale, con i legami personali e collettivi con le vicende del lavoro industriale e con la sua rappresentazione discorsiva, visiva, storica; patrimonializzazione, e cioè assumere quel passato come Heritage, materiale e immateriale, operazione propedeutica alla presa di distanza per procedere alla sua storicizzazione; infine il nesso storia/memoria, come sempre in questi casi centrale e delicato, laddove andava sollecitata la memoria senza farla confliggere con la storia. Difficoltà che è stata risolta tramite l’uso degli oggetti, delle fotografie e degli stessi documenti di archivio, come “attivatori” di una memoria che poi veniva da qui invitata a relazionarsi con la storia.

Quello industriale nel Novecento è stato un universo in movimento, tumultuoso, scandito dal ritmo di continue trasformazioni, non isolabile sul luogo di lavoro ma che si rifletteva tramite i suoi prodotti nella vita fuori dalla fabbrica, segnando il modo di “sentire” il mondo di generazione di operai, di artisti e di artisti-operai, e con il suo lato oscuro legato ai veleni della fabbriche, nocivi per la salute e per l’ambiente. Il nesso indissolubile fra il lavoro il mondo delle relazioni umane e di potere, con “la classe”, necessitava inoltre di trovare un modo di essere rappresentato per dar ragione di un fenomeno storico che, in contesti come il pistoiese, diventava una vera e propria “comunità immaginata”, per riprendere una formula fortunata.

Un mondo sfaccettato e approcciabile da tanti lati dunque, tuttavia unito, nel secolo scorso, da un fattore culturale in comune: i valori dell’industrialismo e del produttivismo, condivisi tanto dagli imprenditori che dai lavoratori (Musso, 2002, p. 152). Anche per questo abbiamo scelto di chiamare il progetto La chiave a stella, prendendo a prestito il titolo del romanzo di Primo Levi che narra le storie di Faussone, l’operaio giramondo e un po’ tuttofare, che nel lavoro trova la sua dignità, nobilitando il suo saper fare e realizzando se stesso (Levi, 1978).

In aggiunta, il progetto intendeva affrontare, oltre agli aspetti storici più classici, anche il tema della rigenerazione urbana degli spazi deindustrializzati senza perdere il nesso con la memoria del luogo. Un percorso affidato al medium fotografico, come strumento di indagine e di restituzione, ed interpretato all’associazione fotografica Fragment e dai fotografi Mario Carnicelli e George Tatge.

Questo approccio, e questa mole di competenze convergenti e mischiate insieme nell’elaborazione del percorso finale, ci hanno portato nei pressi di quello che Pietro Clemente ha identificato come «il terzo principio della museografia». Un’idea di allestimento che tenga conto anche delle forme comunicative, del linguaggio, delle emozioni e dell’immaginazione dei visitatori, per concepire un percorso pensato anche a partire da loro. Tenendo conto cioè non solo di quello che noi vogliamo comunicare, ma anche dei modi di accesso ai contenuti, utilizzando le “cose” come chiavi di accesso a questi ultimi, creando dunque un più fitto dialogo e una maggiore interazione fra le “voci” del passato e i visitatori, lasciati in una maggiore libertà, pur senza abbandonare una “cornice autoriale” stabilita dai realizzatori (Clemente, Rossi, 1999). Come ha scritto Fabio Dei ragionando sul “terzo principio”: «L’autonomia dei materiali poveri e delle voci subalterne è possibile in virtù del dispiegamento di mezzi tecnologici avanzati, di risorse grafico-artistiche di alto livello, di forti professionalità allestitive e gestionali. Far parlare le cose da sole non è così semplice: non basta una “rinuncia”. I materiali poveri richiedono contenitori, se non proprio ricchi, almeno sofisticati e autoriali. Servono “effetti speciali”, linguaggi specifici, risorse intellettuali ed economiche, e dietro queste finanziamenti e istituzioni» (Dei, 2018, pp. 217-218).

Di conseguenza, ogni singolo aspetto del progetto è stato definito nel dettaglio. A partire dalla grafica, elemento comunicativo di grande importanza, che è stata pensata per evocare l’immaginario “pop” degli anni ’50 e ’60, in linea di continuità con molti elementi presenti nell’esposizione. È stato creato anche un vero e proprio logo, con il quale “marcare” i vari eventi collaterali al percorso espositivo principale, come la presentazione di libri, la mostra sulla rigenerazione urbana Sguardi e visioni. L’ex Breda fra passato e futuro e il seminario nazionale della Fondazione Di Vittorio Biblioteche del lavoro, tenutosi in via straordinaria a Pistoia.

Con La chiave a stella, la FVL è giunta pertanto a un approdo più maturo per le proprie attività di Labour Public History. Infatti, la riproposizione degli elementi del mondo industriale è stata intesa al fine di raggiungere una ermeneutica e una narrazione della storia capace di produrre “patrimonio” culturale, anche ai fini della sua utilità per l’elaborazione e la comprensione del presente e delle sfide del futuro. Che poi è la funzione dei musei e di un’esposizione ben fatta e che funziona.

La mostra principale, Il lavoro industriale nel Novecento, ha posto al centro del percorso una ricostruzione del fulcro della vita sociale intima della famiglia operaia, la cucina di casa, l’ambiente dove i mutamenti della “grande trasformazione” industriale arrivarono prima. L’obiettivo è stato quello di suggerire il legame tra l’esperienza lavorativa della persona e la sua vita familiare, in un contesto che vide la casa progressivamente “invasa” dai prodotti dell’industria, con tutta l’ambiguità del rapporto tra il raggiunto benessere e il consumismo, e con un attenzione particolare a quegli elementi, come gli elettrodomestici, che favorirono una progressiva emancipazione della donna, pur nella compresenza della macchina da cucire che segnalava il lungo permanere, per le donne, degli spazi adibiti al lavoro industriale domestico accanto a quelli propriamente casalinghi. La ricostruzione storica dei contesti ha volutamente previlegiato una frazione del secolo, gli anni ’50 e ’60 dell’epoca repubblicana, come la più carica di significati e di trasformazioni, nel tentativo di far avvicinare il pubblico ad uno sguardo di tipo antropologico culturale e per questo tramite alla conoscenza storica.

Questa parte dell’allestimento era accompagnato da una breve introduzione a cura di Claudio Rosati, un museologo con una formazione demologica, che riportiamo:

Il lavoro industriale, lungi dal rimanere confinato nelle fabbriche e negli spazi pubblici, è entrato anche in quelli privati.

La cucina è lo spazio centrale della casa della famiglia operaia. Luogo di convivialità, incrocio di relazioni,  è l’ambiente dove i mutamenti arrivano prima.

Nel secondo dopoguerra giunge in Italia il modello all’americana, che rispecchia l’organizzazione industriale del lavoro, con la composizione di mobili ed elettrodomestici. Ma la modernizzazione  procede a tratti con la permanenza di vecchi e nuovi mobili.

Quando nel 1972 il Museo d’Arte Moderna di New York inaugura un grande mostra sul design italiano, visto come strumento di critica della società, in una cucina di una famiglia operaia della SMI permangono ancora il Mettitutto e la cucina economica a legna (arrivate a partire dagli anni ’40), nonostante che da tempo sia sul mercato quella economica a gas.

Uno dei primi cambiamenti si ha con  il tavolo di fòrmica che sostituisce quello con il piano di legno o di marmo.

Sarà il frigorifero, poi, ad aprire la porta agli elettrodomestici. Nel 1956 ne  vengono venduti 220 mila. E’ un boom inaspettato. Fin dagli anni ’40, la Fiat ne produce uno su licenza Westinghouse.

Nella stessa sala convivevano poi elementi che rimandavano alla fabbrica. Un trapano verticale insieme alla “tuta blu” di un operaio della Breda, lo stendardo verde della SMS della San Giorgio (poi Breda), un durometro prestato dall’Istituto professionale industriale Pacinotti – da oltre un secolo scuola di formazione per generazioni di operai – insieme all’orologio marcatempo sempre della Breda, che serviva a “timbrare il cartellino”, esperienza che i visitatori potevano ripetere in loco e che è stata molto apprezzata come elemento di interattività.

Le vicende storiche del lavoro industriale nel Novecento sono state riportate attraverso dei panelli capaci di narrare la storia dell’industria, del lavoro e del movimento dei lavoratori, nelle sue varie fasi e fino alla scoperta dei limiti dello sviluppo e delle ripercussioni sull’ambiente e la salute di quel modello produttivo, vero e proprio lato oscuro del lavoro industriale. Il percorso offriva spezzoni dei film più famosi dedicati alla classe operaia e all’industria, stendardi delle federazioni sindacali, circolari prefettizie, rotocalchi e giornali, volantini, contratti collettivi, verbali di accordi, attrezzi e utensili da quelli generici come pinze e chiavi inglesi agli avvitatori e trapani pneumatici delle catene di montaggio – offerti questi dalla Hitachi Rail Pistoia – che insieme alle tabelle dei piani di produzione per carrozze ferroviarie sono riusciti a svolgere funzioni “etnografiche”. Infatti, non è mancato chi ha raccontato di aver lavorato con quel trapano penumatico, chi ha spiegato come si usava, chi ha suggerito correzioni e precisazioni nelle didascalie. In pratica, il percorso espositivo è riuscito ad attivare la memoria.

Ma la sala dove la nostra sperimentazione di un modo di fare storia in e con il pubblico, cercando di attivare i meccanismi del ricordo e dell’identità, ha raggiunto i risultati più interessanti è stata quella dedicata alla fotografia. Gli scatti sono stati tratti dall’archivio fotografico delle Officine San Giorgio, dall’Archivio storico nazionale della CGIL, da quello fotografico della Camera del Lavoro cittadina e organizzati da Bärbel Reinhard, una fotografa tedesca trapiantata a Pistoia, in una sorta di puzzle site specific che, muovendosi sul filo dell’equilibrio fra documentazione storica e interpretazione dei punti di vista fotografici, restituiva in un’unica visione d’insieme, a “volo di uccello”, la pluralità di immagini del “secolo del lavoro” e la raffigurazione di quell’esperienza storica. Un allestimento di grande fascino e travolgente impatto emotivo, posto in apertura del percorso e “condito” al centro della sala con le originali “trombe” usate per decenni nei comizi di chiusura del tradizionale corteo cittadino del 1° maggio, che tramite un artificio tecnologico trasmettevano i suoni ambientali della manifestazioni.

In questo modo, col gioco di rimando tra l’esperienza uditiva e quella visiva, con le foto delle colonie estive e della Befana in fabbrica, degli interni degli stabilimenti con le persone al lavoro, degli scioperi, il visitatore poteva “tornare” indietro nel tempo e fare “esperienza”.

L’immagine fotografica, con il suo contenuto documentario, estetico ma anche affettivo, si è così confermata come uno dei medium  più potenti, capace di racchiudere in sé una molteplicità di significati e suggestioni. Non solo testimonianza di quel che è stato, ma anche elemento capace di creare patrimonio e di fornire a ciascuno la possibilità di trovare quel punctum soggettivo – come sostiene Roland Barthes nel suo La camera chiara (Barthes, 1980, pp. 44-61) – quel particolare in grado di restituire senso e interesse ad un immagine. Una circostanza che abbiamo potuto verificare più volte nel contesto di questo allestimento “esperenziale”, con le persone che ci segnalavano un dettaglio, trovavano un conoscente o tornavano in cerca di un amico, un parente o magari di se stesse su suggerimento di chi c’era già stato. Se public history è anche fare storia con e per la comunità, La chiave a stella è riuscita, attraverso le foto, a farlo.

Infine, una sezione speciale dell’esposizione è stata dedicata al rapporto tra l’arte e il lavoro, con una raccolta di opere di artisti locali che hanno rappresentato il lavoro industriale, come Francesco Melani, Pietro Bugiani, Mirando Iacomelli, Lando Landini, Valerio Gelli, Alfiero Cappellini, Paolo Tesi, Alessandro Ciantelli. Al tempo stesso, è stato esposta la riproduzione grafica a grandezza naturale della scultura di Andrea Lippi Scioperanti, progettata nel 1913 e rimasta allo stato di bozza in gesso presso il Liceo artistico cittadino. La FVL ha inteso così di lanciare in quella sede espositiva quello che sarebbe stato il suo progetto di Public History successivo: la realizzazione della fusione in bronzo dell’opera, apposta poi in una piazza del centro storico, dalla forte valenza simbolica, nel 2018.

Per concludere, dobbiamo soffermarci sul focus dedicato alla rigenerazione urbana dell’area ex Breda, deindustrializzata precocemente nel 1974 e da allora invischiata in interminabili progetti di recupero, che sembravano aver trovato una via d’uscita all’inizio del secolo ma i cui lavori sono stati poi travolti dalla crisi economica, lasciandoci di fronte un’area della città per metà recuperata e ricostruita, per l’altra metà allo stato di cantiere abbandonato. Una ferita aperta del tessuto urbanistico cittadino. I fotografi sono stati sollecitati a portare il proprio contributo alla discussione pubblica, con uno sguardo non documentario ma interpretativo e propositivo, che tenesse insieme i nessi temporali di passato, presente e futuro, da affiancare ad alcuni dei progetti di recupero e trasformazione degli spazi deindustrializzati, chiamati a rappresentare una qualche idea di futuro “ragionato”. Ne è venuta fuori una rappresentazione dell’area dai fortissimi legami con il trascorso industriale, dove il degrado cedeva il passo all’interrogativo rivolto a quel passato di aprire le porte dei propri segreti per illuminare in qualche modo la via del domani. Ne forniamo una selezione in chiusura, accompagnata dalle parole dei fotografi.

«La sovrapposizione di frammenti provenienti da tempi e spazi diversi, che si amalgamano sullo sfondo dell’ area Ex-San Giorgio diventa un collage di visioni reali e immaginarie del territorio. Non in ordine di apparizione ma in una successione quasi parallela, una stratificazione di tasselli montati in trasparenza si estende oltre una superficie circoscritta. Visioni e vedute del passato e del presente diventano oggetti di scambio a vari livelli, in un circuito all’ inverso. Un caleidoscopio tra stabilità e mutamento che distorce non solo il legame spazio-temporale – caratteristica e limite principale della fotografia – ma anche l’esperienza della scala, delle proporzioni tra umano e architettura, e la sua fruibilità. Quinte di un teatro di deja-vu, tra memoria e premonizione, definiscono un paesaggio reale e di finzione che scompare e si svela». Bärbel Reinhard

«Nella sua spiegazione della realtà Aristotele sosteneva che fosse necessario distinguere tra potenza e atto allo scopo di riconoscere entrambi gli aspetti come fattori costitutivi della sostanza. Io vado cercando nelle trasformazioni urbane contemporanee la contaminazione tra potenza e atto nel rapporto tra progetto architettonico e città, organismo vivente e reattivo». Giulia Maraviglia

«La trasformazione della città apre sempre a nuovi orizzonti. Per lunghi anni si è parlato dell’Area Ex Breda, il suo futuro, le destinazioni d’uso. E’ sorta dunque l’ampia area urbana di oggi, con le sue forme nuove.  Un luogo importante per la città, strategico,  connesso intimamente alla stazione ferroviaria ed al cuore pulsante della vita cittadina. Uno spazio industriale un tempo di importanza capitale per Pistoia, poi dimenticato, è tornato a nuova vita. La Cattedrale ristrutturata, la biblioteca San Giorgio, fiore all’occhiello della città, la moderna, tanto agognata sede della questura, parcheggi, un futuro centro abitativo, turistico e commerciale. Ho inteso sottolineare come i materiali, le forme architettoniche ed i colori delle strutture odierne siano già oggi elementi  identitari per Pistoia. Al fine di dare ordine a questa visione, anche l’inserimento di un elemento del passato, cui sempre è necessario volgere lo sguardo. Il medaglione ceramico al centro della facciata della Palazzina delle Officine San Giorgio, più nota a Pistoia come Palazzina Coppedè, raffigurante San Giorgio a cavallo che uccide il drago. Una scelta simbolica, poiché essa è uno degli edifici con maggior rilievo artistico della zona e ancora di più in quanto la facciata, raro esempio di architettura liberty in Toscana applicato a un edificio industriale, costituiva l’ingresso principale della fabbrica San Giorgio, diventata poi Breda Ferroviaria». Beatrice Bruni

«Osservando il cambiamento nel tempo della destinazione d’uso di spazi che occupiamo con la nostra vita, ho immaginato un parcheggio di treni, laddove venivano prodotti. Ho mischiato digitalmente gli elementi di una storia nata cent’anni fa alle strutture urbanistiche del presente, per creare un piccolo cortocircuito temporale. Ho voluto mettere in contrasto i treni, che rappresentano la collettività, e le auto che occupano lo spazio attendendo l’individuo». Lorenzo Gori

Questo testo è uscito sul numero 1/2019 della rivista Scuola & Officina a firma Stefano Bartolini

Vedi i pannelli della mostra

Bibliografia

Barthes R., La camera chiara. Nota sulla fotografia, Torino, Einaudi, 1980

Clemente P., Rossi E., Il terzo principio della museografia. Antropologia, contadini, musei, Roma, Carocci, 1999

Dei F., La cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco, Bologna, Il Mulino, 2018

Farnetti P. B., Bertucelli L., Botti A. (a cura di), Public history. Discussioni e pratiche, Milano-Udine, Mimesis, 2017

Grasso M., Fare storia a Pistoia capitale della cultura. Esperienze e progetti. Atti della seconda conferenza italiana di Public History, Pistoia, ISRPt editore, 2019

Hobsbawm E. J., Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale, Roma-Bari, Laterza, 1986

Levi P., La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978

Musso S., Storia del lavoro in Italia, Venezia, Marsilio, 2002