Questa ricerca si confronta con la questione della funzione sociale dei tecnici dei saperi speciali, ossia di quell’insieme eterogeneo di figure (dal medico all’insegnante all’operatore sociale e dall’architetto all’operatore penitenziario e al magistrato) accomunate dalla centralità che la dimensione professionale acquisisce nel definirne l’identità collettiva. L’immagine centrale qui è quella del tecnico come “uomo a due dimensioni” – espandendo la nozione dell’ “uomo a una dimensione” proposta da Herbert Marcuse nel 1964.
Attraverso la microstoria dei tecnici di Reggio Emilia tra la metà degli anni Sessanta e la fine del decennio successivo, si intende suggerire la necessità di porre al centro della ricerca sui tecnici – uomini e donne – la contraddittorietà strutturale del loro ruolo e dei saperi di cui sono portatori, prodotta
dalla tensione permanente tra l’impianto delle politiche sociali e i bisogni dei gruppi subalterni, tra la struttura organizzativa deiservizi e la vicinanza con le realtà sociali, tra l’ideologia professionale e le motivazioni individuali, e infine tra la delega all’assistenza e la delega al controllo.







